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Comisso amava la campagna. All'inizio degli anni Trenta, con i guadagni delle corrispondenze giornalistiche dall'Estremo Oriente, comprò un piccolo podere con una vecchia casa colonica a Zero Branco, nel trevisano. Vi trascorse lunghi periodi, coltivando l'orto e dedicandosi alla cura della terra con la passione e la sapienza dei contadini. Della campagna conosceva usi e tradizioni, come quella di affidare la protezione delle case a immagini di santi scolpite o dipinte. Fu così che commissionò al suo grande amico (e trevisano doc) Arturo Martini una terracotta di San Bovo da mettere alla porta della stalla. La prima edizione di questo libro, che integra l'altra autobiografia "Le mie stagioni", apparve nel 1958. Vi sono raccolte pagine scritte in un lungo arco di tempo e in parte trasfuse da opere come "Felicità dopo la noia", "Capricci italiani", "Un gatto attraversa la strada". Sono storie che compongono un capitolo di quel "romanzo dei sentimenti" che Comisso scrisse lungo tutto il suo percorso di artista felicemente tormentato: vi è l'incanto di certe morbide sere d'estate, il sogno frammisto al bisogno, un'allegria fatta di piccole cose ormai diventate un ricordo lontano; e vi è, soprattutto, la "meraviglia visiva" di cui parlò Montale e che potrebbe essere considerata una sorta di icona per definire il mondo di Comisso. Una prosa, in definitiva, che non soltanto parla e ci parla, ma che "si sente", con i suoi umori e i suoi odori: "Ancora mi affatico a vangare e allora capisco che il mio destino è di non potermi liberare dalla terra".

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