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Francesco, architetto cinquantenne di successo. Una domenica, insieme a moglie, figli e altre famiglie modello, si imbarca per una gita alle isole della laguna veneta. Ma non riesce a godersi la bella giornata. Il cellulare squilla in continuazione, e a ogni chiamata i fili della sua vita sembrano aggrovigliarsi nella sua testa in modo inestricabile. C'è quella ragazza, che sceglie sempre il momento sbagliato. E poi il Polacco, che polacco forse non è. E poi ci sono i ricordi, più vivi della gente che lo circonda. Quelli teneri dell'infanzia, quando giocava lungo l'argine del fiume e quelli molto più prossimi, che si affacciano come incubi. I terreni venduti, il dolore e la rabbia di suo padre sul letto di morte. D'altronde ne aveva bisogno. Di proprietà ne è rimasta una sola, quella dove abita zio Tarciso. Quel vecchio pazzo. Il lento snodarsi di un pranzo slow food, ricordi che montano fino a irrompere nella realtà con la cruda durezza del crimine. Un romanzo di atmosfere e rimpianto, in cui l'ironia lucida e disperata della prosa di Avoledo racconta il progressivo deterioramento dei nostri fiumi e delle nostre vite.

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