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Ottobre 1993. Travolto dallo scandalo della Sindrome del Golfo, che ha fatto migliaia di vittime tra i militari inviati in Iraq, il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti dirama le prime norme generali di protezione dall'uranio impoverito. Il videotape informativo, originariamente destinato alle caserme, viene trasmesso a tutti i paesi membri dell'Alleanza atlantica, ma in Italia lo Stato maggiore dell'Esercito non lo mostrerà mai ai soldati, che continueranno a partire per le missioni di "pace" all'estero senza adeguate protezioni, ammalandosi e morendo. Perché i vertici delle forze armate hanno taciuto? Hanno sottovalutato i rischi oppure nessuno ha voluto assumersi la responsabilità di rispondere alle famiglie di chi aveva subito la contaminazione? In uno scenario inquinato da statistiche fasulle, due Commissioni parlamentari d'inchiesta hanno cercato di ristabilire la verità dei fatti, riuscendoci solo parzialmente. Per alcuni scienziati non è dimostrabile il nesso causa-effetto tra l'insorgenza dei tumori e l'esposizione all'inquinamento bellico. Ma nei corpi dei soldati ci sono elementi chimici che possono provenire solo da esplosione di uranio impoverito. Di recente i tribunali ne hanno riconosciuto gli effetti letali, aprendo la strada a centinaia di richieste di risarcimento. Mentre la politica litiga sulle cifre, chiunque è libero di sperimentare armi non convenzionali nei poligoni sardi, bastano 50 mila dollari e un'autocertificazione. Il picco dei decessi deve ancora arrivare, avvertono gli scienziati, aspettiamoci il peggio.

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