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Testo greco a fronte.
L'"Iliade", come la conosciamo, è il frutto di una lunga tradizione poetica, che prende origine nella civiltà micenea. Aedi improvvisavano cantando questi poemi, accompagnandosi con il suono di uno strumento a corda come Femio e Demodoco in Omero; poi divennero sempre più frequenti i rapsodi, che recitavano a memoria brani dei poemi, senza accompagnamento musicale; infine un redattore, non meno ignoto degli Aedi e dei rapsodi, fissò l'ultima forma scritta del grande poema.
L'"Iliade" è il libro della sovrabbondanza del divino, davanti alla quale l'uomo è l'ultimo degli esseri, più misero e fragile di una foglia: ma gli stessi dei, che appaiono così tremendi all'inizio, quando Apollo diffonde morte e tenebra sugli Achei, sembrano offrirci alla fine il loro volto più mite, mentre Ermes accompagna Priamo alla tenda di Achille. L'"Iliade" è il libro del furore eroico, della dolcezza, della sapienza, che abbraccia la vita e la morte e i rapporti segreti di tutto l'universo.
Con grande efficacia, la tradizione di Giovanni Cerri riproduce la sublimità e la rusticità della più antica lingua poetica che la civiltà occidentale abbia conosciuto. Il commento di Antonietta Gostoli, il primo completo pubblicato in Italia, offre molte novità tanto allo specialista quanto al lettore colto. Accompagna il libro un ampio saggio di Wolfgang Schadewaldt, uno dei massimi filologi classici del nostro tempo.

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