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Nato dalla suggestione del paesaggio italiano, "Il fauno di marmo" è un romanzo influenzato dalla tradizione ottocentesca del Gran Tour e dalla diffusa passione dell'epoca per i libri di viaggio. E la sua duplice natura (insieme romanzo e diario di viaggio) è testimoniata dalla storia del libro (vari passi descrittivi provengono infatti dai taccuini dove Hawthorne annotava le sue impressioni di viaggiatore), ma anche dalle reazioni dei lettori: per esempio Henry James segnalava "Il fauno di marmo" come bagaglio indispensabile di ogni viaggiatore inglese in visita a Roma. Sullo scenario carico di suggestione per il lettore americano, di un'Italia descritta come successione di luoghi sublimi, si svolge una vicenda di sapore gotico, capace di animare gli immobili scenari da guida turistica di pathos a sua volta caro al lettore ottocentesco. La storia è quella di un delitto passionale, e dei tormenti interiori che spingono quindi, il colpevole a trasformarsi in punitore di se stesso. Donatello, l'eroe del romanzo, un giovane artista dall'aspetto straordinariamente simile a quello del Fauno di Prassitele, uccide un rivale in amore. Ma, incapace di accettare il proprio gesto, alla fine di un doloroso processo di scavo interiore, si consegna alla giustizia. In questo modo il protagonista da fauno, creatura primitiva e gioiosamente ingenua, si trasforma in una tormentata, sofferente figura di uomo moderno, chiamato a misurarsi con la complessità del male e gli abissi della coscienza. E il fauno, malinconica, estenuata creatura silvana emblema di classica, serena compostezza, diventa uno dei primi simboli (il romanzo fu pubblicato nel 1860) di quell'Eden perduto la cui nostalgia è destinata a percorrere la cultura britannica e germanica di fine secolo.
