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Nel genere dell'intervista l'andamento autobiografico può essere l'occasione per rievocare un mondo e ripensare questioni aperte. E il caso di questo colloquio con Givone, il quale da un lato ripercorre gli anni in cui Torino era al centro del dibattito filosofico - bastino i nomi di Nicola Abbagnano, Luigi Pareyson, Pietro Chiodi, Augusto Guzzo, e dei più giovani Umberto Eco e Gianni Vattimo -, dall'altro riflette sull'eredità teoretica mutuata da Pareyson (il misterioso intrecciarsi di Dio con il male e la libertà) e sul suo stesso itinerario. Un percorso che, avendo al centro il problema del nulla - insieme possibilità di grazia, ma anche di annientamento -, ha condotto Givone a delineare un pensiero tragico che è, nel medesimo tempo, una filosofia del bene di vivere. Tragico perché sfida e sopporta le contraddizioni dell'esistenza, e teso verso il bene come modo di stare al mondo: custodendo le parole in cui si svela l'umano. Quelle parole che Givone ha cercato di catturare nelle sue prove narrative.

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