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Vi sono libri che sembrano rifiutare ogni presentazione editoriale: parlano, anzi gridano, da soli. Sono anche libri che sembrano sottrarsi a un giudizio estetico: ci portano all'inferno, come guide impeccabili, e lì ci abbandonano a noi stessi. Ma Salamov era soprattutto scrittore, e a lui dobbiamo il prodigio di una discesa all'Ade raccontata con voce spassionata e quasi impartecipe, con un candore e una rassegnazione che stridono con l'inimmaginabile brutalità delle cose descritte. E questo incontro diventa, sulla pagina, sconvolgente. Sono racconti spesso molto brevi, dedicati a un 'caso' della vita quotidiana nella funesta regione dei lager della Kolyma: un'occasione di abbrutimento, depravazione, assurdità, barbarie, abiezione, pietà, solidarietà, coraggio, lotta per la sopravvivenza, resa, morte; una qualsiasi delle occasioni che hanno segnato il destino di milioni di esseri umani (decine di milioni: non conosceremo mai il loro numero) nella Russia sovietica. Come scrisse Michail Geller, presentando la prima edizione in Occidente di questi "Racconti", la Kolyma "non era un inferno. Era un'industria sovietica, una fabbrica che dava al paese oro, carbone, stagno, uranio, nutrendo la terra di cadaveri. Era una gigantesca impresa schiavista che si distingueva da tutte quelle conosciute della storia per il fatto che la forza-lavoro fornita dagli schiavi era assolutamente gratuita. Un cavallo alla Kolyma costava infinitamente di più di uno schiavo-detenuto. Una vanga costava di più". Nulla riscatta l'orrore di questo macabro mondo - neanche la natura, che con la sua asprezza sembra allearsi con gli aguzzini per facilitarne il compito, una natura maligna che ruba le ultime briciole di umanità. Eppure a quella natura Salamov sa dare anima in subitanei, velocissimi squarci visionari, e la cosa crudele che circonda i prigionieri prende vita e testimonia di una lotta tra forze primordiali in cui l'uomo è soltanto timida comparsa.
