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"Se tu non vuoi più credere alla verità, nessuno vorrà più credere a te". Con la citazione di queste parole che Zelman Lewental scrisse nell'agosto del 1944 ad Auschwitz prima di essere ucciso dai nazisti, si chiude I cani del Sinai, uno dei libri più intensi di Franco Fortini. Libro che sfugge ad ogni definizione, attraversa e supera ogni genere: pamphlet e autobiografia, racconto e saggio; prosa tesissima e lapidaria, scandita in brevi paragrafi, ma obbediente ad una metrica autonoma e rigorosa come in una poesia. Scritto "a muscoli tesi, con rabbia estrema" nell'estate del '67 a ridosso della "guerra dei sei giorni", I cani del Sinai è un libro contro: contro "quanti amano correre in soccorso ai vincitori", contro "il diffuso e razzistico disprezzo antiarabo", contro "l'esaltazione della civiltà e della tecnica 'moderne' incarnate in Israele"; ma è anche e soprattutto il luogo in cui Fortini volle "chiarire a se stesso la storia di un combattuto rapporto con le proprie origini". E forse proprio da questa doppia lettura di presente e passato, dalla volontà ostinata di tenere insieme l'interpretazione di sé e della storia (di sé nella storia) e dalla speranza di "disegnare il futuro [...] segnando a dito, con esattezza, le fosse di quel che non c'è, le lacune del reale", nasce la forza, non intaccata dal tempo, di queste pagine, da cui Jean-Marie Straub e Danièle Huillet trassero un film a sua volta memorabile.
26/01/2007
Jean-Marie Straub e Danièle Huillet nel loro film Fortini/Cani hanno lasciato la parola allo scrittore per leggere ampi passi del suo libro I cani del Sinai. Per loro era l'unico modo per far raggiungere il destinatario di questo ''libello'' (così fu definito alla sua uscita) dedicato alla questione palestinese-israeliana. Non mi soffermerò a lungo. Quel che mi preme comunicare ai naviganti è la necessarietà della lettura di questo libro dall'attualità a tratti inquietanti, oggi, all'epoca dello scoppio dell'ennesimo scontro nell'aria Mediorientale. Fortini sa che le ragioni non stanno mai da una sola parte (è sciocco crederlo), ma è altrettanto convinto della necessarietà di difendere le ''proprie verità''. Un sottile confine, quello tra noi e gli altri, tra le nostre ragioni e quelle altrui, che Fortini ci aiuta a distinguere un poco meglio, tra le nebbie di un'informazione sempre più tendenziosa e di bombe sempre più intelligenti e sempre più assassine.

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