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Un'esistenza come quella di Ruggero Zangrandi è, apparentemente, la somma di tutte le possibili contraddizioni. Compagno di scuola di un figlio del duce, giovanissimo ma già autorevole collaboratore de "Il popolo d'Italia", è fascista e insegue il sogno di riformare il regime dall'interno iniziando così quell'apprendistato attraverso le trame del potere e i segreti della politica che rappresenteranno il motivo conduttore della sua vita. Da fascista Zangrandi diventa poi comunista. Un passaggio che paga tutto di suo, e in sofferenza sonante: lo studente già addentro ai circoli culturali del regime vive in breve successione la drammatica esperienza del carcere (a Regina Coeli, accusato di spionaggio a favore dell'URSS) e quindi, occupata Roma dai nazisti, del trasferimento in Germania, in un lager dal quale tornerà ridotto a un'ombra d'uomo. Al suo rientro in Italia, nell'agosto 1945, Zangrandi è comunista: continuerà ad esserlo - in modo scomodo e talvolta caparbiamente provocatorio come durante la crisi del 1956 - sino alla fine.
Condannato, sino alla sua tragica fine, al ruolo di voce fuori dal coro, alla difficile parte di transfuga, di alleato scomodo, di bastian contrario.

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