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L'autobiografia di Arthur Koestler - di cui questa "Freccia nell'azzurro" è il primo volume - si conclude nel 1940: in quel momento, a trentacinque anni, Koestler poteva enumerare d'aver fatto il contadino in un kibbutz, il venditore di limonata a Haifa, l'inviato in Medio Oriente a Parigi; poteva dire d'aver volato in Zeppelin sull'Artico e viaggiato per un anno nella Russia Sovietica; d'aver lavorato, esule a Parigi, per il Partito comunista ma insieme d'aver scritto un'enciclopedia della vita sessuale; e aveva collezionato una condanna a morte e tre mesi di carcere durante la guerra civile spagnola, un internamento in campo di prigionia in Francia e di passaggio anche un arruolamento nella Legione Straniera. Dunque una vita romanzesca, che parrebbe quella di un cacciatore di avventure se il vagabondare per luoghi, fedi e mestieri non trovasse motivazione per Koestler nel desiderio, che è impegno morale, di militare e prender partito, di spendere la propria esistenza al servizio di una causa, che sarà di volta in volta il sionismo, il comunismo, l'antifascismo. Così la sua vita inquieta e nomade, la sua carriera di "indignato cronico", trova in realtà riscontro nella vicenda di tutta una generazione di intellettuali europei: quella generazione che tra le due guerre si è trovata a vivere l'età dei totalitarismi, ha patito l'esilio e popolato i lager, ha visto le speranze inacidirsi e "fallire Dio".

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