La letteratura popolare dell'Africa indigena costituisce un'unica entità; cosa che non si potrebbe ripetere per nessun'altra terra di quella mole. Le somiglianze non si limitano esclusivamente ai tipi d'intreccio e ai contenuti specifici, ma si estendono anche agli espedienti letterari - per esempio, alla funzione dei canti nel contesto prosastico, alla frequenza dei finali moralistici, alla riconoscibile prevalenza delle spiegazioni eziologiche.
Ma anche più sorprendenti ed essenziali delle somiglianze testè accennate sono il crudo realismo, l'insistito accenno sull'uomo in tutti i suoi stati d'animo, l'accento sull'attualità contemporanea, e l'alto grado di consapevole artificio che pervade tutta la letteratura orale dell'Africa indigena. E' raro trovare una rappresentazione, dove l'uomo appaia ancorato in questo mondo in modo più totale e indissolubile, vincolato alla terra in modo più ossessivo. Contrariamente alla credenza diffusa in tutto il resto del mondo, l'Africa autoctona non pensa mai che l'uomo sia stato in origine depositario di una particella divina che poi avrebbe perduta. Perfino nei pochi miti attinenti ai cosiddetti dèi superiori e alle deità celesti, si scorge un quasi ossessivo geocentrismo. L'uomo, per esempio, non sale al cielo per comunicare con gli dèi; sono gli dèi a scendere sulla terra. In alcuni miti gli dèi un tempo abitavano sulla terra, donde sono stati costretti per varie ragioni a trasferirsi in cielo. Gli dèi dell'Africa indigena, si potrebbe dire, devono perdere le loro componenti terrene, i loro vincoli terreni, avanti di poter diventare veramente divini. (Paul Radin)

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