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Dopo il romanzo dedicato all'ampia "storia alternativa" dell'America, Philip Roth scrive un'intima miniatura funebre, un breve testo di straordinaria potenza.
Philip Roth scrive un elegiaco inno alla vita, vista però dalla prospettiva temporale della vecchiaia, dove lotta e rassegnazione, nostalgia e impotenza si contendono le pagine del romanzo. Il protagonista è un pubblicitario di successo di cui il narratore ripercorre l'intera vita secondo una linea squisitamente corporale. Grande rilievo hanno perciò le disavventure ospedaliere (dall'ernia inguinale dei nove anni ai cinque bypass, per finire con le numerose operazioni che hanno segnato gli ultimi anni di vita) a cui fa da contrappunto la vita sentimentale: i tre matrimoni, il distacco dai primi due figli; la nascita dell'adorata Nancy; la scelta fallimentare di sposare una modella danese molto più giovane di lui; l'abbandono di New York a 75 anni per trasferirsi, dopo l'11 settembre, in un villaggio per pensionati a dipingere. Qui, nel New Jersey, la stagnazione della vita si rivela per intero nel tentativo fallito di sedurre una ragazza che fa jogging lungo la promenade del villaggio. Un crescendo di drammaticità che culmina con la morte dei genitori e nel colloquio - degno cli Shakespeare - con il becchino del cimitero ebraico che li sta seppellendo. Poi l'arresto cardiaco e l'ingresso nel nulla.
25/03/2008
Enzo - lutwin@libero.it
La riflessione di Roth è spietata e probabilmente sostenuta dal suo dichiarato ateismo. Tuttavia mi sembra che possa esserci anche un messaggio positivo: la morte è un destino drammatico ma che arriva alla fine di quella straordinaria avventura che è la vita, alle infinite possibilità che ci riserva, soli ma in fondo anche liberi di fronte agli imperscrutabili crocevia.
07/01/2008
Arcangela Cammalleri - arcange@alice.it
Il titolo, come esplicita la nota di copertina, rimanda ad un tema della drammaturgia inglese del '400, "Everyman", la chiamata di tutti gli uomini alla morte. Una grande mente, lo scrittore, in età matura, sente soccombere davanti agli assalti della vita e incombere davanti alla suprema e, per questo, più esorcizzata delle esperienze umane. Dal querulo e di giovanile impeto "Lamento di Portnoy" agli alterni lamenti degli uomini quando la giovinezza impallidisce e muore e dove il solo pensare è tutto un tormento... (Sublime la scelta dei versi di J. Keats come incipit al romanzo). Il protagonista del romanzo è un pubblicitario di una famosa agenzia di New York, alle spalle ha tre matrimoni falliti, due figli maschi che lo delegittimano come padre e l'unica figlia che lo adora. Alle soglie dei 71 anni, vede la sua vita sgretolarsi negli affetti, nei conoscenti e nel declino fisico. Una serie di ospedalizzazioni minano il suo corpo e la sua anima; era campato tre quarti di secolo ed adesso la sua vita produttiva è finita. E' successo qualcosa di imprevisto ed imprevedibile: si trova nella fase in cui si diventa sempre meno, all'impotente rassegnazione, al deterioramento fisico e alla tristezza finale, è arrivato dove non aveva mai sognato di arrivare. E' ora di tormentarsi per l'oblio. Il senso della propria finitezza, soprattutto nella senescenza, domina i pensieri del protagonista, il cui nome non compare mai, perché la sua parabola esistenziale è quella comune a tutti gli esseri viventi: che si nasce per vivere e invece si muore. Un libro dal contenuto amaro e spietato, il cui stile netto e preciso intensifica l'insopportabile e l'indefendibile del nostro destino e della nostra inutilità e nullità. Il merito di Roth? Dalla morte prende inizio la sua lucida e allucinata riflessione esistenziale, perchè la ''Questione ultima'' non è una cosa che arriva alla fine, ma come non pochi filosofi greci da Platone agli stoici, fin dall'antichità la presenza- assenza della morte ha originato il pensiero umano ed è stata la fonte ispiratrice di ogni conoscenza. La questione metafisica s'innesta nella materia narrativa di Roth per diventare pura e semplice concretezza della vita naturale.
08/08/2007
Simone - cossim@tiscali.it
Fa bene ogni tanto pensare che moriremo portandoci sotto terra tutte le nostre meravigliose speranze. I figli e forse i nipoti, ma dopo di loro di noi non resterà nemmeno un labile ricordo.
21/05/2007
Giacomo Di Girolamo - giacomodigirolamo@tele2.it
Prendiamola con ironia. Everyman, di Philip Roth è un romanzo che già sai come va a finire dalla copertina listata a lutto. E infatti il protagonista muore. Voilà. Ma forse in maniera più serena di come tutto è stato preparato pagina dopo pagina. E’ un buco nero Everyman. L’elaborazione di un lutto ancora a venire. Senza epica, né eroi. Proprio per questo è una storia che sembra appartenere a tutti. Roth racconta una storia minima, universale, infinita. Una storia semplice come la morte. Senza speranza. Come una linea retta. “La religione era una bugia che aveva riconosciuto presto nella vita…Niente abracadabra su Dio e sulla morte, né obsolete fantasie sul paradiso, per lui”. Perché siamo solo corpi, destinati a vivere a morire secondo modalità che hanno previsto altri corpi, venuti prima di noi. Ecco. Everyman è l’ultimo squarcio di biografia di un corpo maschile. Un po’ più di ironia non sarebbe guastata, però. C’è in Roth sempre questo senso dell’indifferibile: “La vecchiaia non è una battaglia, la vecchiaia è un massacro”. Eppure, si, tutti siamo destinati alla morte. Ma ci piace anche pensare che nel mezzo possano succedere delle cose tutto sommate piacevoli, così, per ingannare l’attesa. Come leggere un buon libro. Sicuramente non questo, però. Potrebbe andare bene “Le intermittenze della morte”, di Saramago. Si parla sempre della Grande Sorella. Ma lo fa un genio.
