Disponibilità immediata
Vuoi regalare questo prodotto ? Scopri come!
"E non disse nemmeno una parola" è la cronaca di un fuggevole incontro, dopo quindici anni di matrimonio, tra Fred, che ha abbandonato la casa non sopportandone la soffocante atmosfera di miseria, e sua moglie Kate, che è rimasta tenacemente al suo posto, accanto ai bambini. Il romanzo, considerato da molti il capolavoro di Heinrich Boll, descrive le poche indimenticabili ore che i due trascorrono insieme e che culminano con il tentativo di Fred di riconquistare l'amore della moglie. La vicenda, pura ed essenziale, si svolge entro lo squallido scenario di una città tedesca dell'immediato dopoguerra, tra le torri di una cattedrale gotica, le baracche di una fiera e le tristi stanze di un modesto albergo, dove, in mezzo a discorsi e ripensamenti, Fred e Kate riscoprono un duplice passato di tenerezza e di lotte, di incontri e di separazioni, facendo maturare il destino di una nuova convivenza.
03/11/2007
Gian Paolo Grattarola - giampaolo.grattarola@fastwebnet.it
E non disse nemmeno una parola, di Heinrich Böll In questo clima di aberrante celebrazione dell'effimero, in cui il pensiero è stato messo al bando nell'illusione di aver ormai colmato gli infiniti vuoti della vita, ci vorrebbe la rilettura di questo romanzo per ristabilire un contatto con il senso più profondo della vita. La vicenda di Fred e Kate ci avvicina al ruvido disincanto di una quotidianità segnata dall'indigenza e dagli stenti provocati dai rovesci della guerra. Marito e moglie hanno conservato immutato l'amore reciproco ma le conseguenze psicologiche della guerra hanno reso impossibile la loro convivenza, il mantenimento dell'unità famigliare sotto un tetto comune come se nulla fosse accaduto. La guerra ha aperto uno squarcio disorientante nella serenità di Fred privandolo della capacità di reagire e di recuperare il senso della vita. Kate invece, facendo appello a quella forma di resistenza al dolore che solo le donne riescono a conservare nei passaggi più dolorosi dell'esistenza, conserva la propria funzione materna accudendo i tre figli. Apprezzabile la strategia di affidare il racconto ai due protagonisti in un alternarsi di punti di vista, di sentimenti e di modi di leggere la realtà che attraverso un solo io narrante sarebbero andati smarriti. Heinrich Boll si fronteggia in questo libro con temi ardui pervenendo ad una sostanza di indubbio spessore che preme sotto la superficie seduttiva di un linguaggio semplice e lineare. Tra le macerie morali prima ancora che materiali della città di Colonia, devastata dai bombardamenti, i due protagonisti sopravvivono in un clima di angosciante attesa nella speranza che dai loro contatti furtivi possa scoccare prima o poi la scintilla capace di alimentare nuovamente il focolare domestico. Pur gravati dal fardello inatteso della miseria entrambi conservano inalterato un profondo senso di umanità che li sottrae all'enfasi rancorosa della ribellione, rendendoli al contrario testimoni dolenti di una pietas di inequivocabile matrice giansenistica. Nel corso del fine settimana, che vorrebbe segnare il ricongiungimento del loro rapporto sotto le apparenze canoniche della convivenza matrimoniale, giacciono l¿uno accanto all¿altra nel letto di una squallida camera di albergo, privi di confortanti certezze dinanzi al richiamo inquietante delle prime avvisaglie del consumismo. Tuttavia, avvolti solamente in un manto di tenera speranza, accettano l¿ombra mutevole del destino che si portano alle spalle come se fosse la propria croce senza dire nemmeno una parola. Gian Paolo Grattarola 03.XI.2007
14/07/2005
Antonio Gatti - antonio.gatti@gs.com
Ancora a distanza di ore dall'ultima pagina, non riesco a staccarmi dall'atmosfera di questo libro meraviglioso che ha rapito i miei sensi e la mia anima per giorni... un amore, un amore povero ma mai disperato, la dignita' di fronte alla miseria, le mille facce dell'amore, la carrellata di personaggi, la genialita' dello scrivere... tutto contribuisce a fare di questo che chiamerei ''racconto lungo'' piu' che romanzo, un capolavoro. IL capolavoro? non so, ogni volta che leggo un libro di Boll finisco per dire cosi'!
11/09/2001
<br>I protagonisti della storia sono marito e moglie i quali, a capitoli alterni (prima uno e poi l'altra) parlano in prima persona. Fin dalle prime pagine si capisce che il tenore del romanzo è di infinita tristezza: lo scenario è quello dell'immediato dopoguerra in una città tedesca che non viene mai nominata ma che si sa essere Colonia; lui è un centralinista disperato che guadagna quattro soldi e che ha lasciato la casa dove viveva con moglie e tre figli perché angosciato dagli spazi troppo stretti e dalla miseria che pervade la quotidianetà; dorme sotto una panca alla stazione, fuma sigarette e mangia salsicce e fagioli tutti i giorni. Lei è una donna che non lavora e alla quale il marito versa tutto il misero stipendio per tirare avanti con i tre figli; accudisce alla "casa", ovvero quei 20 metri quadri in cui sono tutti stipati, pulisce, lava e piange in continuazione ed è circondata da vicini che invece non sono poveri e con i quali non c'è comunicazione. Il suo unico conforto è la preghiera. I due si incontrano saltuariamente in una squallida camera di albergo per poter stare un po' da soli: il romanzo è praticamente diviso in due parti, una di preparazione ad uno di questi incontri domenicali e la seconda relativa all'incontro vero e proprio. La prosa di Boll è asciutta, priva di inutili fronzoli, direi essenziale (anche il libro è abbastanza corto). Proprio per via del contesto angosciosamente triste, alcuni particolari altrove insignificanti (per es. il protagonista che sorseggia un caffè bollente alle sette del mattino) assumono qui un significato diverso (quello per esempio di farmi alzare a mezzanotte per farmi un caffè, di cui mi era venuto un desiderio incontrollabile). Le descrizioni sono efficaci, meno i dialoghi, soprattutto quelli tra i due protagonisti che spesso scivolano nel patetico. A mio modo di vedere l'approccio dell'autore con i temi cardine dell'opera (miseria, disperazione, incomunicabilità, sconfitta su tutti i fronti, ecc.) è maledettamente serio (aggiungerei un "purtroppo"). Personalmente, ad un approccio così sconfortante preferisco l'atteggiamento di chi, anche di fronte agli aspetti miserabili della vita, ha uno sguardo ironico, al limite anche sarcastico, purché non prenda le cose in modo talmente serio da non far vedere alcuna via d'uscita. Si legga allo scopo "Viaggio al termine della notte" di Louis Ferdinand Celine, una delle opere più alte che mai abbia letto, praticamente una poesia di 400 pagine in cui però la miseria e lo squallore sia delle situazioni che delle persone (non si salva nessuno) è affrontato con il piglio geniale del sarcasmo, dell'ironia e finisce anche per far sorridere chi legge. Qui il protagonista fa parte del contesto miserabile che lo circonda, è lui stesso un miserabile e un meschino ma si solleva comunque sopra il marciume proprio per lo sguardo disincantato, per la consapevolezza dei fallimenti delle umane genti, per il sottile humor che pervade l'opera. Altrettanto non si può dire per "E non disse nemmeno una parola". I due tristissimi protagonisti si piangono addosso, sono patetici, non hanno il benché minimo segno di reazione a ciò che li pervade e li circonda e di cui si lagnano e si dolgono fino allo stremo. Sono in balia degli eventi, anche di quelli ai quali si potrebbe (e si dovrebbe) reagire in qualche modo. Forse soltanto la decisione di Fred di tornare a casa per riaffrontare la convivenza, rappresenta un tentativo di reazione agli eventi. Ma quali tristissimi agguati lo aspettano dietro l'angolo?

Gruppo Mondadori
9 milioni di prodotti
Sconti tutti i giorni
Bol Pass
Spedizione gratis
Punto di ritiro
Fai un regalo
Gift card
Metodo di pagamento
Orario continuato
Servizio clienti gratuito