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Il titolo è tratto dal "Riccardo III" di Shakespeare: è la maledizione che il fantasma della regina Anna scaglia sul re che l'ha fatta uccidere. Ma la storia è ambientata nella Madrid dei nostri giorni, dove l'io narrante, Victor Francés, sceneggiatore per il cinema e la tv, vive facendo il "negro", in proprio o per conto terzi. Victor conosce Marta, una donna sposata che gli muore tra le braccia proprio la notte del loro primo convegno amoroso. Fugge, ma resta prigioniero del passato della donna e decide di ricostruirlo. Sarà un viaggio di esplorazione nei misteri del cuore umano, ricco di sorprese, drammi, colpi di scena.
21/09/2006
Gabriele Merzari - gmerzar@tin.it
Un libro che ti rimane dentro, ti lascia qualcosa, ti fa capire che nulla e' come sembra, ti fa meditare, ti dice di non fermarti alle apparenze. A volte puo' appararire noioso e logorroico, certamente una lettura che richiede impegno ma al contempo e' avvicente. E soprattutto, quando sei alla fine del libro, ripensi a qualcosa che e' accaduto e magari la vedi con occhi diversi da prima.
21/02/2006
Una prosa strepitosa al servizio di un soggetto affascinante. Un viaggio dentro l'anima e il cervello di un uomo che vuole conoscere (almeno) una delle tante verità. Alla ricerca dei sentimenti provati e mai detti, una lettura che ha il potere di farci riflettere sulla nostra esistenza.
05/01/2006
l'ho letto qualche tempo fa e riesco a malapena a ricordarne il titolo. noioso come pochissimi...
13/09/2005
Renato Di Lorenzo - rdlea@libero.it
Questa è la dimostrazione di quanto poco i critici siano ormai utili a chi legge o a chi, come me, scrive, e legge anche per capire quanto gli altri siano più bravi di lui. In copertina Pietro Citati scrive: ''Forse il libro più bello composto da uno scrittore contemporaneo''. Mai letto ''Rumore Bianco''? Mai letto ''Il Memoriale del Convento''? In realtà questo libro è solo molto noioso, con tutti i difetti tecnici che si possono trovare facilmente in un volgare manuale americano di scrittura creativa. Ma per piacere...
23/06/2005
Romeo AURELI - aurelir@libero.it
Il titolo è davvero bello, uno di quelli che ti fanno comprare un libro anche se poi non lo leggerai mai, ma che ti piace avere lì in libreria per gettarci sopra un'occhiata ogni tanto e leggere quella frase tratta dal Riccardo III di Shakespeare, magari per abbinarla a una donna, a un grande amore che te la sussurra in un orecchio, provocandoti dentro un'intensa emozione. La trama è inusuale, intrigante, capace di scatenare pensieri profondi, sensazioni forti, piene di senso della vita, della morte soprattutto. Solo che parla, parla, parla, senza finire mai. Un rivolo, un torrente, un fiume, un mare, un oceano di parole, di pensieri su tutto, dai fatti più significativi a quelli minimi, irrilevanti, che stanno lì solo per riempire, per chiudere un discorso. Ma quel discorso non si chiude mai; si riapre in continuazione, con il protagonista che ha un bisogno di parlare asfissiante, oppressivo; un'incontinenza che trova sfogo in un monologo interminabile a tratti interrotto da qualche evento, da qualche dialogo, prima che torni di nuovo quel profluvio di parole. In un panorama letterario ed editoriale sempre in costante evoluzione verso la multimedialità, siamo di fronte ad un libro che non va solo letto bensì va soprattutto ascoltato, senza distrarsi, perché se si perde il filo di questa intricata discussione è finita. Purtroppo, la tentazione agevolata dalla tenue luce notturna che accompagna la lettura-ascolto è quella di perderlo questo filo. Peccato. Peccato perché qualcosa di interessante da dire. lo avrebbe pure, nella sua ossessiva annotazione di dettagli che a volte restituiscono dei personaggi un'immagine più efficace e profonda di complesse analisi. Solo che quel qualcosa, stordito come rimango dall'incessante logorrea, non lo ricordo nemmeno più. Marìas è acuto, colto, uno straordinario osservatore dei comportamenti e della psicologia umana, un detective dell'anima cui davvero sembra non sfuggire nulla. Tranne, si direbbe, il silenzio. Ecco, non si può proprio dire che in questo libro colpisca il non detto, il lasciato intendere. No, qui non si lascia intendere nulla, qui si dice tutto, tutto fino in fondo, senza remore, senza, diresti, pudore. E viene il perfido sospetto che la povera Marta non sia morta per qualche misterioso malanno fisico, bensì stroncata da questo benedett'uomo che parla, parla, parla. Domani nella battaglia pensa a me. Ti prego, però, fallo in silenzio.

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