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Mi capita, qualche volta, di leggere certa narrativa corrente e di provare vera tenerezza per gli autori che si affannano, nel tono e nel ritmo studiati in tinello, a scandire il presente che ci travolge tutti. Parolacce, gergo, sfondamenti nel linguaggio della Tv e dei videogiochi, ancora parolacce e gergo, lamenti, cupezza: basta poco per creare la patina di noir che spera di mascherare la banalità della prosa da angoscia del vissuto. "Dispacci" di Michael Herr è l'opposto dei romanzetti in voga, d'America o d'Italy. È sostanza pura, il dialetto dei militari è funzionale alla narrazione e la narrazione alla testimonianza della guerra in Vietnam, il calvario di chi vi ha sofferto e la maturazione dell'autore. Non da bamboccio dei videogiochi ad autore coccolato dai talk show, no: da reporter ingenuo e ottimista a uomo consapevole. Come ammoniva Eschilo, il dolore si distilla in saggezza. È il percorso che rivedrete in queste pagine, definite da John Le Carré "il miglior libro del nostro tempo che io abbia mai letto sugli uomini e la guerra". "Dispacci" ha una precisa morale, perché i libri senza morale, che non chiedono al lettore di essere all'ultima pagina diverso da com'era alla prima, servono solo ai club di recensori. La morale di Herr non concede scampo: anche a voi, lettori, competono questo viaggio e questa via crucis, perché, come insegnò il vagabondo Nahum a Primo Levi, "Guerra è sempre". (Gianni Riotta)
Con un ritratto inedito di Michael Herr scritto da Frederick Exley.

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