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Intelligente, caustico, fazioso, provocatorio, il pamphlet di Régis Debray,un tempo noto per la sua militanza sessantottina, si dichiara fin dall'inizio non tanto un atto d'accusa verso la città di Venezia, quanto contro la retorica e il Kitsch che da anni le fanno contorno e riempiono film, giornali e televisioni. Del resto l'autore, quasi a giustificare un'antipatia, afferma di preferire la vita allo spettacolo della vita, la verità all'apparenza. E Venezia è un permanente scenario teatrale, ma senza attori, senz'anima, con solo degli spettatori: migliaia di "idiots savants", di esteti senz'anestesia, deambulanti dei weekend in pantaloni corti, sandali, fazzoletti di carta e lattine di birra. Ma ogni critica partigiana necessita di uno speculare e appassionato paragone: e Napoli diventa l'emblema positivo, che rovescia la polemica in atto d'amore. Per Debray Napoli vuole l'occhio di un fotografo, Venezia quello di un pittore; Napoli non è una città d'arte perchè le immagini sono la gente che vi abita e la rende un enigma pulsante di vita come un tempo fu Venezia. Ma oggi quest'ultima non è che un bazar di sensazioni in svendita, di eleganze di seconda scelta: il trionfo del pittoresco, come il depliant di un'agenzia viaggi neppure raffinata. Questo "libello", che ha suscitato polemiche e discussioni, in realtà ha irritato per la partigianeria solo coloro che non hanno capito quanto dietro le accuse traspaia una passione delusa.

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