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Julius Evola tratta in quest'opera del problema dei comportamenti che per un tipo umano differenziato si addicono in un'epoca di dissoluzione, come l'attuale. E "orientamenti esistenziali per un'epoca di dissoluzione" è il sottotitolo esplicativo che l'Autore stesso dettava per la prima edizione del 1961. Partendo da una decisa opposizione a tutto ciò che è residuale civiltà e cultura borghese, viene cercato un senso dell'esistenza al di là del punto-zero dei valori, del nichilismo, del mondo dove "Dio è morto". Il detto orientale "cavalcare la tigre" vale per il non farsi travolgere e annientare da quanto non si può controllare direttamente, mentre è possibile così evitarne gli aspetti negativi e forse anche ipotizzare una possibilità di indirizzo: esso quindi comporta l'assumere anche i processei più estremi e spesso irreversibili in corso per farli agire nel senso di una liberazione, anziché in quello di una distruzione totale. L'esame si applica ai dominii più varii del costume, della cultura e dell'esistenza di oggi, fino a musica modernissima, jazz, sesso, droghe ecc., e si conclude col problema del diritto sulla vita e sulla morte. Un aspetto particolare, nel libro, è l'indicazione del contributo che principii ed esperienze di antiche "dottrine interne" possono dare per portarsi oltre le limitazioni e gli errori di certi orientamenti recenti, quali il nietzeschianesimo, l'esistenzialismo, il nuovo realismo, integrandone gli elementi validi di una visione generale della vita. "Cavalcare la tigre" può dunque essre considerato, come scrive Stefano Zecchi nel suo saggio introduttivo, quasi uno speciale "manuale di di sopravvivenza" per tutti coloro i quali, considerandosi in qualche modo ancora spiritualmente collegati al modo della Tradizione, sono costretti però a vivere nel mondo moderno. Per essi Evola propone una filosofia della responsabilità che tende attivamente a superare il nichilismo e il post-nichilismo. Un libro complesso, fra i più importanti del suo autore, che durante gli anni della "contestazione" venne contrapposto alle opere di H. Marcuse. Un libro spesso anche oggetto di equivoci e fraintendimenti di due generi opposti: da un lato accusato di aver indotto molti a chiudersi una "torre d'avorio"; dall'altro, viceversa, di aver spinto altri ad una lotta concreta e vilenta. Al contrario, l'insegnamento evoliano è ben diverso, e non ha nulla a che vedere né con l'uno né con l'altro atteggiamento.
09/11/2001
<br>Julius Evola ha qualcosa a che fare con Nietzsche. L'incomprensione, per dirla in una parola. Mai letto autore tanto profondamente umanista quanto Evola. E quanto puo' esserci di distruttivo in un fraintendimento ideologico! Quanto il nazismo e' riuscito ad ottundere le nostre inerti menti di tardi illuministi a mezzo servizio. Da un certo momento della storia in avanti una globale formazione umanistica e' sembrata essere completamente estranea alla comprensione di una mente sola. Quasi che un solo cervello non fosse sufficiente a penetrare una vera cultura. E quasi che Wilamovitz fosse una sorta di ultimo totem, e per di piu' virtuale. Invece Julius Evola e' uno spaccato illuminante del nostro tempo, un profondo conoscitore dell'Umanita', un prezioso frammento del cosmo culturale che ormai non possiamo che soltanto subodorare. Non e' una lettura per tutti, e' un vero, poderoso, aristocratico mentale. Ogni lettore e' avvisato.

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