Compiuti i suoi "riti di passaggio", Edmund Talbot - grazie anche all'autoimmolazione del reverendo James Colley - è un uomo più malinconico, più saggio, certamente diverso (ora che si è osservato con gli occhi degli altri) dal giovane ambizioso e intollerante che si era imbarcato a Tilbury per raggiungere l'Australia su una nave di sua Maestà Britannica. Adesso, intrappolata nella torrida calma della zona equatoriale, l'ex nave da guerra adibita al trasporto passeggeri viene assediata da una distesa di alghe che, verdi sulla linea di galleggiamento e brune al fondo - forse simbolo del Male che attecchisce ovunque e non si può estirpare, pena la mutilazione dell'organismo che esso aggredisce -, proliferano rigogliose sul vecchio e malandato scafo, mentre i suoi occupanti vedono le loro gelosie, le brame, i sentimenti d'amore e odio intensificarsi fin quasi a raggiungere il punto di esplosione. L'eccezionale intervento delle forze della natura che sopravviene a modificare tale stato di cose sventa davvero il rischio che qualcuno impazzisca, "come tutti gli uomini che, in mare, vivono troppo vicini l'uno all'altro e troppo vicini, quindi, a tutto ciò che c'è di mostruoso sotto il sole e la luna", oppure esaspera ancora più le tensioni? Quel che è certo è che al giovane Talbot si offre un'esperienza totalmente inedita e sconcertante, che mette a dura prova la sua mente razionale. E il viaggio continua. Il volume conclusivo, ancora in fase di elaborazione, andrà a completare una trilogia che promette di diventare una delle opere fondamentali della narrativa contemporanea.
