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Uno dei luoghi comuni più radicati e diffusi, fra intellettuali e non, vuole che la televisione sia una 'cattiva maestra', ricettacolo dei peggiori modelli di comportamento e condensato di tutto ciò che di brutto ed esteticamente riprovevole circola nella nostra cultura. La televisione trasuda trash, non c'è dubbio, ed è piena di discorsi stupidi e insensati ma, a furia di parlarne male, non ci siamo quasi accorti dell'esistenza di forme di racconto intelligente che, lungi dal raffigurare la deriva morale della nostra società, si rivelano invece utili strumenti di comprensione. Questa forma di televisione 'buona' è rappresentata dai telefilm. Le opere seriali provenienti dagli Stati Uniti sono diventate oggi un'offerta d'eccellenza non solo nel ristretto ambito televisivo. Adesso che i telefilm si studiano nelle più prestigiose università del mondo diventa più facile sostenere che la buona televisione, la tanto ricercata 'televisione di qualità', esiste da tempo. Anzi, non c'è mai stata una televisione tanto vitale, intelligente, ricca di risonanze metaforiche e letterarie come l'attuale. Sembra quasi un paradosso, ma spesso si fa fatica a trovare un romanzo moderno o un film che sia più interessante di un buon telefilm. Opere quali "Lost", "Sex and the City", "X-Files", "C.S.I.", "Desperate Housewives" e "Doctor House" sono capaci, meglio delle forme espressive tradizionali, di deformare la realtà quotidiana fino a renderla finalmente riconoscibile. Aldo Grasso, il più autorevole studioso di televisione del nostro paese, ci dimostra come, lungo il percorso che va da Alfred Hitchcock presenta e "Ai confini della realtà" fino ai più recenti "E.R." o "I Simpson", sia progressivamente venuto a consolidarsi un genere spettacolare capace di produrre vere e proprie opere d'arte. Un genere che dietro la presunta superficialità della produzione in serie e sotto l'apparente facilità della scrittura 'industriale' nasconde le stesse strutture narrative, le stesse tecniche figurative, gli stessi procedimenti stilistici rintracciabili nei grandi capolavori della cultura cosiddetta alta. II telefilm, quasi con discrezione, esalta le regole dell'intrattenimento, traccia percorsi passionali. E, giorno dopo giorno, prende per mano lo spettatore e lo trasferisce d'incanto in quella dimensione emotiva che lo risarcisce dell'aridità della vita quotidiana.
Un "elogio del telefilm", così si potrebbe definire il nuovo libro di Aldo Grasso, Buona maestra. Questo fortunatissimo genere televisivo rappresenta infatti, secondo il critico, la tanto invocata "tv di qualità" Troppo presi a criticare tutto ciò che di negativo, volgare e trash c¿è in televisione (che senza dubbio è presente in grande quantità), non ci si è accorti di quanto di buono invece ci sia da sempre e che da sempre è targato U.S.A. Il telefilm è un¿opera autoriale di altissima qualità, ben scritto, ben diretto, pieno di citazioni colte, letterarie e cinematografiche, è un prodotto seriale che vanta illustri antenati, dal feuiletton ottocentesco di Flaubert e Dickens, al fumetto e ai radio serials. E nonostante queste caratteristiche "alte", che potrebbero sembrare adatte a un pubblico di nicchia, come accade per il cinema, il telefilm ha invece la straordinaria capacità di appassionare un pubblico di massa estremamente diversificato, di generare fenomeni di culto e creare gruppi di fan consacrati a quello che è prima di tutto un prodotto commerciale. Dice Grasso: "Il telefilm è arte, ma non lo dà a vedere, questa la sua sublime raffinatezza". Il telefilm è dunque il luogo in cui velleità artistiche e necessità produttive si conciliano dando il massimo dei risultati sia in termini di qualità sia di successo. Ecco perché un attore che voglia abbandonare la serie, si trasforma, nella fiction, nella morte improvvisa di un personaggio fondamentale dando il via a sviluppi nuovi e inattesi della vicenda... Da Dallas a Six Feet Under, da Bonanza a Happy Days, da I segreti di Twin Peaks a Will & Grace, da M.A.S.H.a Dr House, da Star Trek a Buffy... che si tratti di soap, di sit-com, di drama, legal o poliziesco, i telefilm sono la nuova letteratura, il mezzo per leggere ansie e paure, desideri e speranze dell¿epoca cui appartengono. Gli adolescenti, ad esempio, oggi non imparano più l¿educazione sentimentale leggendo Goethe o Salinger, ma guardando Beverly Hills 90210, Dawson's Creek, The O. C.. Alcuni registi preferiscono questo genere televisivo al film stesso, per la maggior libertà che concede di giocare con i personaggi e con i tempi del racconto, come David Lynch; altri invece, più fedeli al cinema, si divertono a girare una puntata di qualche serie che amano particolarmente, come fa Tarantino con E.R. prima e C.S.I. poi. Ci sono attori che entrano ed escono dalla loro serie preferita, come Brad Pitt o Susan Sarandon in Friends; o scrittori che ne scrivono la sceneggiatura, come Stephen King per X-Files. Grasso illustra e ci spiega le due Golden Age del telefilm: la prima, compresa tra gli anni Quaranta e Cinquanta, è caratterizzata dalla produzione di teledrammi e dalla serie antologica Alfred Hitchcock Presents, un¿opera d¿arte del Maestro; la seconda, negli anni ¿80, è inaugurata dalle produzioni della Mtm, con Chicago Hospital, Hill Street giorno e notte, Miami Vice, N.Y.P.D. e continua fino ad oggi con Ally McBeal, I Soprano, Sex and the City, Nip/Tuk, Scrubs, 24... E capiamo così come Alias spieghi Lost e come entrambi rappresentino l¿essere umano alla ricerca della propria identità, ponendosi le stesse domande che si faceva Pascal; o come Desperate Housewives non sia un documentario sulla vita delle casalinghe, ma una riflessione sulla nostra società, fatta di buoni propositi finiti male e del tentativo di dissimulare tutto con l¿ipocrisia. Tutte le serie più significative sono qui illustrate e inserite nel contesto sociale di riferimento. Ogni serie ci può dire qualcosa sui valori degli anni cui appartiene, può darci una chiave di lettura di un periodo storico, stando attenti, però, a non confondere mai un telefilm con un trattato di sociologia. Può dirci qualcosa di noi che guardiamo i telefilm e ci immedesimiamo nei personaggi, ancora di più di quanto si faccia con i film. Inizia e conclude Grasso: "Sono stato per anni malato di cinema. Mi sono ritrovato malato di televisione. Soprattutto grazie ai tel
26/01/2008
Andrea - a_romigi@inwind.it
Esercizio didascalisco e di sfoggio che si lascia andare a colpevoli amnesie (serie tv quali ''Fame'', Spazio 1999 etc etc) lasciando anche troppo spazio alle serie ''satellitari'', che si sono ormai moltiplicate, spesso senza originalità. Deludente.
