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Chiedetemi cosa penso di "Budapest Swing Lovers" e vi sentirete rispondere così: una strada fuori mano male illuminata della periferia di Parigi con la pioggia, quella pioggia fine umida che ti costringe a infilarti dentro al primo locale aperto, un piccolo pub fumoso con un gruppo di jazzisti che tra un brano e l'altro ingollano birra scura da bottiglie sparse sul piccolo palco. O un claustrofobico, ma rilassante viaggio notturno in metropolitana: una scarrozzata surreale illuminata da blande luci al neon dove non c'è differenza tra lo stare seduti vicino al finestrino o in piedi aggrappati al palo.
21/07/2004
Un libro trasversale, che rompe le regole...poesia mischiata con molta musica...e ricerca sulla parola...ho preso in considerazione Lorefice dopo le ottime recensioni che il libro sta ottenendo...e lo consiglio a chi vuole leggere qualcosa di nuovo e fresco...
13/06/2004
Simone Aggiunti - simon.ag@lycos.it
Questo secondo libro di Lorefice riprende il cammino dove il primo (Prossima Fermata Nostalgiaplatz) l’aveva interrotto. Dopo aver fatto parlare con una raccolta coraggiosa come “Nostalgiaplatz”, con una poetica priva di rime, fortemente influenzata da quella stirpe metropolitana che si è affacciata negli ultimi anni, multietnica, multilingue…Lorefice si presenta all’appuntamento con la sua seconda opera poetica maturato, conscio dei propri mezzi (oggi può essere inequivocabilmente annoverato fra le voci più forti ed originali del panorama poetico italiano), e non sbaglia. Bissare il successo di critica del primo libro non appare cosa difficile dopo aver letto “Budapest swing lovers”. Se possibile, Lorefice, si addentra ancora di più in quei luoghi che hanno contraddistinto le suo opere: le persone al limite, border, “l’amore ematico” come direbbe un certo Samuel, quella ritmica un po’ jazzata, un po’ post-rock di cui sono intrisi tutti i suoi versi. Va sottolineato l’uso di lingue diverse: spagnolo, francese, inglese, italiano…quasi a voler rimarcare la multietnicità metropolitana…propria di ambienti dove il concetto di “io” superiore si destruttura e si ricompone in molteplici immagini che Lorefice delinea con liriche secche, dirette, prive di compiacimento. Ogni poesia, permane anche in questa raccolta la particolarità dei titoli tutti in inglese (scelta quantomeno azzeccata), vive di luce propria, ma l’intero libro potrebbe tranquillamente essere un viaggio…descritto a piccole frasi, sussurrato, urbano. Niente di classico, ma chi ha già letto Lorefice, sa che dall’autore non ci si può aspettare questo tipo di cose; piuttosto un tentativo, felicemente riuscito, di portare la poesia al passo con una generazione border, destrutturata, che trova la sua “rinascita” in pensieri/versi che si muovono, come scrive A.Ghiraldo nella prefazione, sulle note di una canzone manifesto: “The end” dei Doors… Simone Aggiunti
