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Nel 1969 Ernst Junger scrive un lungo saggio intorno al tema dell'ebbrezza, tracciando nel contempo il bilancio delle proprie multiformi esperienze con alcol e droga. Si tratta della ripresa di un lavoro dedicato l'anno prima a Mircea Eliade, ma la trattazione ben presto si dilata per accogliere nuove suggestioni. Nasce così "Avvicinamenti", sorta di fenomenologia degli stati alterati di coscienza in cui l'autore rievoca le imprese giovanili con la birra, l'etere, il cloroformio, l'hashish e la cocaina, per poi giungere alla fase più matura dell'indagine, segnata dall'avvento dell'LSD e dalla conseguente sperimentazione di arrischiati "furti prometeici" in compagnia di Albert Hofmann, lo scopritore della dietilamide dell'acido lisergico. Sono pagine lucide, di grande forza icastica, che fondono il racconto autobiografico in un dialogo a più voci con i giganti del pensiero - Nietzsche su tutti - e con gli scrittori più avvezzi alle situazioni estreme: Baudelaire, De Quincey, Dostoevskij, Maupassant, Poe. Con loro, e con altri scrutatori dell'abisso, Junger rende omaggio alla vita avventurosa, ben sapendo che nell'ebbrezza "porzioni di tempo vengono anticipate, amministrate in modo diverso, prese in prestito; e questo prestito va restituito".
