Socrate fu condannato a morte nel 399 a.C., perché empio e corruttore di giovani, in realtà per motivi politici, da un tribunale composto da cinquecento giurati estratti a sorte su una lista di seimila cittadini ateniesi. La morte fu votata con una maggioranza (280 contro 220) assai più ristretta di quanto lasciassero prevedere gli umori antisocratici della città; e Socrate non vole mutare la pena, pur potendolo, con l'esilio, per non sottrarsi all'imperio delle leggi della sua città, e per lasciare agli ateniesi un segno durevole dell'opera sua. Il celeberrimo resoconto del processo di Socrate, che ne fece il giovane Platone, è stato interpretato e riletto nei modi più diversi. Da questa versione dell'"Apologia" Luciano Canfora estrae una domanda, che è certamente la domanda di Socrate: la maggioranza può tutto? Che vita attende una democrazia che non sia anche educazione permanente alla democrazia?

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